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7 maggio 2014

Architettura Toscana Serristori 2 Livorno Dario Menichetti architetto

Architettura Toscana Serristori 2 Livorno Dario Menichetti architetto

Il complesso immobiliare Serristori2 è collocato nel centro cittadino di Livorno e si presenta come un mix di funzioni commerciali al piano terra, quindi terziarie e residenziali ai piani primo, secondo, terzo e quarto.  Essendo un isolato a forma di quadrilatero, con corte interna, possiede tre vani scala con accessi distinti alle varie ali del complesso, nonché accessi indipendenti alle attività commerciali al piano terra direttamente dalla pubblica via e marciapiede.

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La scala di accesso al lato nord è stata fedelmente restaurata in modo da ricreare un’immagine fedele al periodo di costruzione del fabbricato, intorno agli anni 50′.  Nel contempo sono stati introdotti elementi di forte connotazione architettonica contemporanea, tali da rendere l’edificio sospeso tra la sua nascita e la trasformazione postuma.

Massima attenzione è stata posta nella cura dei dettagli, nel recupero delle parti originarie e nella loro re-integrazione critica e dialettica, rinunciando ad ogni compromesso tra vecchio e nuovo.

A tal proposito giova ed aiuta citare la posizione di Cesare Brandi in merito: “…

Una volta che il materiale è stato usato nella costruzione fisica, passa alla storia come risultato di opera umana. Prendendo lo stesso tipo di marmo dalla stessa cava in due tempi differenti, uno al tempo della creazione originale e l’altro all’epoca del restauro, la materia è la stessa chimicamente, ma con una differente rilevanza storica sia nella esecuzione sia nell’aspetto. Non si può, perciò, pretendere che una ricostruzione possa avere lo stesso significato dell’originale; essa potrebbe diventare invece, storicamente ed esteticamente, un falso. Il materiale ha inoltre un rapporto con il suo contesto, ambientale e di luce, che contribuisce al carattere dell’immagine. Per la stessa ragione, il trasferimento di un’opera d’arte dalla sua collocazione originale può essere motivata solo in casi eccezionali, al fine di garantirne la conservazione. La ‘patina’ deriva dal processo di invecchiamento e la sua rimozione priverebbe il materiale della sua antichità e ciò potrebbe disturbare l’immagine.

L’idea principale, nella teoria di Brandi, consiste nella definizione del concetto, non quale imitazione della natura, come ritenuto per secoli, ma come risultato di un processo creativo autentico, con l’artista stesso che finge da protagonista attivo. Brandi evidenziò la differenza tra opere d’arte e ‘prodotti comuni’, il processo creativo relativo all’arte e quello mirato ad obiettivi pratici particolari, ad esempio nella progettazione e produzione di ‘utensili’ o ‘strumenti’ (la stessa distinzione è stata formulata da Heidegger). Il processo di produzione di uno strumento od oggetto, una sedia, un tappeto, sarà dettato da requisiti funzionali piuttosto che risultare da un processo creativo autonomo. Un tappeto o un vaso sono oggetti disegnati per uno scopo particolare pratico ed i loro elementi figurativi acquistano, quindi, una funzione più decorativa o ornamentale, piuttosto che di opera d’arte ‘pura’. D’altro canto vi sono casi in cui un oggetto, come un tappeto persiano, sebbene fatto per uno scopo preciso, può essere considerato un’opera d’arte; esso dovrà allora essere inteso nella sua dimensione artistica e non più ideato per un uso specifico.

L’architettura non necessita di un oggetto esterno per si inizi il processo creativo, ma si riferisce ad un oggetto interno. Il bisogno pratico di architettura può essere ritenuto l’origine di uno schema funzionale, tramite il quale la sostanza conoscitiva è fornita all’immagine. L’architettura può perciò considerarsi derivata da un processo creativo e divenire opera d’arte; “fra la presunta mancanza di oggetto e la rispondenza ad un bisogno, io sostituisco, per l’architettura, la sua funzionalità e l’impossibilità di essere soltanto funzionale, senza negare sé stessa come architettura e ridursi ad una passiva costruttività” (Brandi, 1992a:165). Le discipline che caratterizzano l’architettura si riferiscono allo sviluppo delle disposizioni pratiche e strutturali, in evoluzione secondo le necessità. Quando la spiritualità umana si sente spinta oltre i requisiti pratici, l’architettura diventa ‘immateriale’ e ‘decantata’ nella sua forma; a partire dall’idea schematica funzionale di un tipo di edificio (ad esempio una chiesa) la forma sarà resa gradualmente concreta nello spazio. In questo processo nasce quello che Brandi chiama ‘ornato’, indicando la transizione qualitativa dell’architettura da un semplice schema disciplinare ad una forma artistica, la ‘creazione fertile’ degli elementi architettonici, quali una colonna o un architrave. In questi princìpi si nota un accostamento con le idee di Ruskin sui temi della costruzione e dell’architettura …”  estratto da http://www.cesarebrandi.org/brandi_pensiero-restauro.htm

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